Amb-ire

Promuovere l’ambiente attraverso l’educazione, l’informazione, la comunicazione

un bicchiere mezzo vuoto? novembre 19, 2009

 

Ci stanno provando in tutti i modi. L’acqua è un bene di tutti.

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/politica/salva-infrazioni/fiducia-ronchi/fiducia-ronchi.html

Nel libro “Ponte sullo Stretto e Mucche da mungere” edito da Terrelibere.org, viene purtroppo ben descritto il caso della privatizzazione dell’acqua in Calabria, e non solo.

Direi che a questo punto il bicchiere per i cittadini è mezzo vuoto, mentre inizierà presto a straboccare per i privati interessati all’oro blu.

Ma io mi chiedo, se lo Stato deve occuparsi della “cosa pubblica” e l’acqua è uno dei beni primari, non dovrebbe saper gestire questo servizio in maniera decente senza dover ricorrere ai privati?

Che bel paese l’Italia.

marta.mainini@amb-ire.com

 

vita meschina ottobre 7, 2009

Manteniamo alta l’attenzione su ciò che è successo a Messina, sulle politiche del nostro governo, sulle scelte che si faranno.

Qui trovate un aggiornamento a cura di Luigi Sturniolo e Antonello Mangano:

http://terrelibere.org/terrediconfine/3855-messina-aggiornamenti-dal-laboratorio-della-shock-economy

 

Stasera ripartirà anche il programma Exit su la7 analizzando l’accaduto di Messina, vediamo come affronteranno l’argomento.

Ci aggiorniamo nei prossimi giorni.

 

marta.mainini@amb-ire.com

 

Festival internazionale dell’ambiente settembre 19, 2009

Dal 25 al 28 ottobre 2009 si terrà a Milano e provincia il Festival Internazionale dell’Ambiente, una serie denergia_pulitai incontri ed eventi di carattere internazionale volti a promuovere la sensibilità ambientale a tutti  i livelli.

Sarà affrontato ampiamente il tema legato all’energia con momenti di intrattenimento e coinvolgimento.

Per ulteriori informazioni http://festivaldellambiente.com/

 

silvia.ferrari@amb-ire.com

 

niente più sbarchi? agosto 30, 2009

Sempre più spesso in Italia, quando non si riesce ad affrontare una questione seriamente, si ricorre ai giochi di prestigio.

Ad esempio, non si riescono a diminuire le emissioni inquinanti nelle grandi città, il traffico, l’inquinamento, quindi non si riesce a rispettare la stessa normativa italiana a riguardo… soluzione? Il Governo stabilisce nuovi parametri da rispettare, espandendo i vincoli precedenti: ecco che ora, magicamente, si rientra nei termini di legge: non per virtuosismo nel diminuire la produzione di particelle sottili in atmosfera, ma semplicemente perché ora possiamo produrne di più, rimanendo in regola.

Avevo già evidenziato questa approccio fattucchiero del governo italiano in uno scorso articolo , utilizzando a mio avviso un paragone che ben rende l’idea dell’inutilità di queste “politiche magiche”: è come se un paziente afflitto da alta pressione si trovasse di fronte un medico che, incapace di guarirlo in modo serio, semplicemente cambiasse i parametri scientifici e stabilisse nuovi limiti di pressione: eccoci qui signor paziente, da oggi per soffrire di pressione alta si deve avere un valore superiore a 200, quindi lei si può ritenere guarito. Semplice, no?

Con estremo rammarico mi trovo ora, davvero imbarazzata, a dover constatare come questa modalità di intervento sia stata applicata anche alle persone. Passino l’inquinamento, le quote di traffico, di pulviscolo sospeso…, ma pretendere di far sparire in un vuoto spazio-temporale delle persone è davvero una cosa ignobile.

Parlo dei migranti. Di quegli uomini che da anni fuggono dalle loro terre, scappano da un sistema malato, per lo più deturpato proprio da quelle persone a cui oggi chiedono rifugio. Intendo quegli uomini che dall’oggi al domani, grazie alla politica fattucchiera italiana, sono teoricamente spariti.

Tutte quelle ondate di persone che quasi quotidianamente si imbarcano dalle coste libiche dopo mesi di stenti, violenze, miseria e passano giorni in mare, in attesa delle coste italiane…, questi uomini, che fine fanno? Soprattutto ora che il Governo italiano ha deciso debbano sparire, come nel “trucco” dell’inquinamento o della pressione: da oggi niente più sbarchi, garantito.

Ma le cause che spingono queste persone a gettarsi in mare pur di abbandonare il territorio africano, le ragioni reali alla base di questa radicata migrazione di uomini, sono state affrontate? E tutti questi individui, dove andranno? Dove arriveranno? Che fine faranno in mare? O che fine faranno in territorio libico?

Perché lo sappiamo vero, almeno questo, che non basta una decisione presa a tavolino da tre politici per fermare queste fughe?

Le persone che non riescono a partire rimangono in zona libica, non si sa in quali condizioni. Quelle che riescono ad imbarcarsi si perdono in mare, non vengono soccorse, o vengono trovate e incriminate. Di tutte le migliaia di uomini che partono, nei TG nazionali si ha ormai notizia di pochi. Che fine fanno tutti gli altri? In quali condizioni sono costretti a vivere e morire, nel silenzio generale?

Non so nemmeno io cosa dire, cosa aggiungere. Quindi vi lascio con alcune foto che ho scattato  presso il cimitero delle barche di Lampedusa, estate 2009.  Giusto per non stare in silenzio.

marta.mainini@amb-ire.com

 

Siamo tutti barboni giugno 23, 2009

 

A parte tutte le questioni politiche, sociali ed ambientali intorno alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina (che pure non son poche) io mi chiedo una cosa semplice: perché un qualsiasi giovane italiano, laureato o diplomato, per ottenere un buon lavoro sia costretto a fare mille colloqui, presentare un curriculum vitae dettagliato, con esami sostenuti, voti eccellenti, lavori passati con ottime referenze… mentre una società come Impregilo, con il pessimo curriculum che si ritrova, si aggiudica senza troppo clamore i lavori per il Ponte? Ma come è possibile?

Anche perché il Ponte, già nel caso in cui venisse realizzato in modo impeccabile, comporterebbe delle conseguenze ambientali e sociali immense; se poi dobbiamo fare i conti con le solite costruzioni all’italiana, le possibili infiltrazioni mafiose, il tentativo di risparmio utilizzando materiali scadenti e saltando qualche controllo…  cosa ci ritroveremo fra qualche anno? La mia paura è proprio quella di trovare un territorio deturpato e milioni di euro buttati per niente, mentre avrebbero potuto essere investiti in qualcosa di più utile.

Ma con un curriculum così, come ha fatto Impregilo ad aggiudicarsi l’appalto? E’ come se a scuola uno dei peggiori studenti della classe vincesse l’esosa borsa di studio tanto agognata e i “poveri”, meritevoli studenti, che hanno rispettato i termini di studio e superato brillantemente gli esami rimanessero a guardare.

Per esser più chiara, Impregilo è la stessa società responsabile delle case di sabbia in Abruzzo, dell’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Regio Calabria (eterna incompiuta)… “Su Impregilo pesano le ombre dell’inchiesta giudiziaria aperta a Monza per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio. (..) Impregilo, nonostante la gara per il Ponte sullo Stretto, i megappalti per l’ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, il Passante di Mestre e il sistema Mose a Venezia, attraversa una forte crisi e risulta fortemente indebitata con alcuni dei maggiori gruppi bancari i quali, per il tortuoso sistema tutto italiano degli incroci azionari, si trovano a detenere rilevanti quote della società di cui sono creditrici” (A.Mangano e A. Mazzeo, Il Mostro sullo Stretto, Sicilia Punto L, www.terrelibere.org).

E per dirla tutta “Impregilo è il colosso italiano (…) che dalla Colombia al Guatemala, dalla Nigeria al Kurdistan, dal Lesotho all’Islanda, ha firmato megaopere devastanti dal punto di vista ambientale  e sociale (A. Mazzeo, Impregilo. I crimini del capitalismo italiano nel mondo, www.terrelibere.it/impregilo.htm).

Perché questa volta dovrebbe essere diverso? Perché con il Ponte dovrebbe andar meglio?

Come credete sia possibile che sia di nuovo Impregilo ad occuparsi dell’ennesimo gigante mangia soldi?

Rimanendo impassibili di fronte a queste assurdità stiamo diventando tutti barboni. 

Non facciamo altro che dormire sotto al Ponte.

marta.mainini@amb-ire.com 

 

Il Piano casa, a cura di Ilaria Villa maggio 7, 2009

La Politica intesa come attività che produce le migliori scelte per una determinata società e per le risorse di cui essa dispone ha sempre seguito disegni collettivi più o meno precisi. Qualsiasi tipo di attività politica (economica, sociale, ambientale) si presume, infatti, abbia quale obiettivo il miglioramento delle condizioni correnti, siano esse economiche, sociali o ambientali, attraverso l’analisi delle condizioni attuali e delle previsioni/aspettative future. In questa prospettiva qualsiasi tipo di pianificazione (economica, sociale, ambientale ecc…) costituisce un’attività basilare per l’azione politica. Alla base di ogni buona pianificazione, che possa definirsi tale, ci sono regole. Bastano poche regole purché siano certe, chiare e uguali per tutti. In quasi tutti i Paesi d’Europa, per gli ambiti d’azione strategica, vi sono sistemi di regole certi, chiari e uguali per tutti.

Sì, questo accade in quelle società guidate da Politici che hanno a cuore il benessere collettivo e non considerano il loro Paese come un immensa azienda il cui unico senso è il profitto. Ma in quale delle due categorie si collocherà mai l’Italia?

Pensate alle ultime proposte di legge e decreti. Lupi, Bondi, Orsi, e al Piano Casa. Avete pensato bene? Ora datevi una risposta.

Se siamo in questa situazione è colpa di tutti. In Italia ci sono due maggioranze e una minoranza. Quelli che hanno votato questo governo, anzi, questa classe politica, e quelli che a forza di fare sterili critiche si sono creati la loro prigione di superiorità. La minoranza sono invece quelle associazioni e quelle organizzazioni, di privati cittadini, che ogni giorno agiscono nel loro piccolo per cercare di alzare il livello culturale, per arrivare là dove la politica s’è dimenticata di guardare. Parlo ovviamente della politica nazionale, perché poi, a livello locale si assiste a qualche piccolo ma significativo virtuosismo; mi riferisco a Domenico Finiguerra e al suo PGT a crescita zero o al comune di Capannori e al suo giovane assessore all’ambiente Alessio Ciacci che hanno aderito alla “Strategia rifiuti zero”.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che sono tutti bravi a giudicare facendo discorsi generalisti. E avrebbe ragione. Proprio per ciò con questo articolo vi offrirò qualche dato su cui riflettere:

1.  in Italia non esistono statistiche ufficiali relative al consumo di suolo. Ad oggi gli unici dati derivano dal CRESME (Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l’Edilizia e il Territorio). I dati ottenibili riguardano però i volumi di edificato realizzati ed espressi in metri cubi o in vani. Unico conforto arriva da una recente iniziativa del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano (DiAP), dell’INU e di Legambiente che hanno dato avvio all’Osservatorio Nazionale del Consumo di Suolo (ONCS) il cui obiettivo è sanare questa gravissima lacuna.

2.  «Secondo i dati Eurostat, in Italia nell’ultimo decennio del 2000 le costruzioni hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ha di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ha di campagna, pressochè il doppio della superficie del Parco Nazionale dell’Abruzzo. D’altra parte l’Italia è anche il primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni, di cui il 20% non sono occupate, corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona. Ciononostante, il suolo agricolo è sempre ritenuto potenzialmente edificabile»[i] (Treu M. C., 2004).

3.  secondo il rapporto EEA (Agenzia Europea per l’Ambiente) del 2006 evidenzia che la nazione che più in assoluto ha consumato territorio è la Germania, seguita Francia, Spagna e Italia (Fig.1)

Fig.1: Consumo di suolo; percentuale relativa ai ventitre Paesi europei considerati. Fonte: www.eea. europa.eu

Va, tuttavia, precisato che i dati riguardanti l’Italia sono sottodimensionati in quanto la risoluzione spaziale delle basi dati Corine Land Cover 1990 e 2000 è basata su un’unità minima di 25 ettari. Ne consegue che tutte le urbanizzazioni di pochi ettari non sono state considerate. (Pileri P., 2007).

Altro aspetto fondamentale nel considerare il caso italiano a confronto con gli altri paesi europei, è il fatto che le trasformazioni avvenute vanno attribuite per il 60%, a realizzazioni residenziali, per il 30% a quelle industriali e commerciali; solo l’1% di tutto il consumo di suolo è stato destinato a infrastrutture e reti di trasporto. Questo dato risulta ancor più allarmante se si considera che il fabbisogno abitativo è più che soddisfatto ed il 20% delle abitazioni non sono occupate. (Fig.2).

presentazione13

Fig.2: Elaborazione grafica dell’autore sulla base dei dati disponibile su www.eea.europa.eu.

Fonte: www.eea.europa.eu

A fronte di questi dati vediamo cosa propone il “Piano Casa” proposto lo scorso 23 marzo. Nella pratica questo decreto, come ben sappiamo, non nasce dalla necessità di dare casa a chi non ce l’ha o di offrire condizioni abitative dignitose a chi non può permetterselo bensì per dare una mano alla situazione economica italiana. Un sostegno al settore edile per risollevare l’Italia dalla crisi economica. Che geniale intuizione!

Ma veniamo ai contenuti del Decreto. Esso si basa su due elementi costitutivi:

1. la semplificazione delle procedure edilizie;

2. e la deroga per l’aumento delle cubature.

Inizialmente per dare attuazione a questi due “obiettivi” il “Piano Casa” prevedeva:

1.  l’eliminazione della “licenza edilizia” sostituita da un semplice “parere di conformità” effettuato da un tecnico con una perizia giurata; in sostanza chiunque, in qualsiasi momento, poteva grazie all’approvazione del geometra di fiducia aprire un cantiere nel giardino di casa senza per questo essere penalmente perseguibile.

2.  l’aumento del 20%, 30% e del 35% sia per edifici residenziali che commerciali anche in deroga ai piani vigenti.

La proposta di decreto prima d’essere approvata è passata al vaglio delle Regioni. Il 31

marzo, dopo lunghe trattative, si è giunti ad un accordo tra Stato e Regioni. Il Decreto Legge ne esce leggermente ridimensionato.

L’intesa raggiunta prevede:

  1. aumenti volumetrici del 20% per le abitazioni e del 35% nei casi di demolizione e ricostruzione, purché compiuti con tecniche di bio-edilizia; le volumetrie si riferiscono solo all’edilizia residenziale esterne ai centri storici ed alle aree protette che non verranno toccate dal piano casa, nel pieno rispetto dei programmi urbanistici.
  2. Ampliamenti fino al 20% e non oltre i 200 metri cubi
  3. La soglia si alza al 35% della volumetria esistente nel caso di interventi straordinari di demolizione e ricostruzione di edifici, a patto che vi sia un reale miglioramento della qualità architettonica esistente.
  4. Sburocratizzazione delle procedure. Il documento prevede che vengono introdotte forme semplificate e celeri per l’autorizzazione di questi interventi edilizi.
  5. Il testo prevede inoltre che il governo emani un decreto legge con l’obiettivo di semplificare alcune procedure di competenza esclusiva dello Stato per rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia. In particolare, le misure devono riguardare la previsione di un termine certo per il rilascio delle autorizzazioni e dei permessi, la ridisciplina di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, la semplificazione delle procedure di valutazione ambientale strategica (Vas), la fissazione dei principi fondamentali in materia di misure di perequazione e compensazione urbanistica.
  6. Infine, il governo si impegna ad aprire un tavolo di confronto con le Regioni e le autonomie locali per la definizione di un nuovo Piano casa per soddisfare il bisogno abitativo delle famiglie o particolari categorie che si trovano nella condizione di più alto disagio sociale.

Secondo questo accordo le Regioni hanno 90 giorni di tempo per emanare le norme per consentire l’attuazione del piano casa.

E del 27 aprile 2009 la notizia che nella prima settimana di maggio la Regione Lombardia presenterà la legge sul piano casa. Ad oggi si sa ancora poco sui contenuti del Decreto Legge e ancor meno delle leggi regionali che lo recepiranno. La speranza, forse vana, è che questa nuova legge non vada ad intaccare le, ormai, poche regole ancora vigenti in ambito urbanistico.


[i] Cfr.: Treu M. C., , Il sistema rurale: una sfida per la progettazione, intervento al Convegno Internazionale “Il sistema rurale. Una sfida per la progettazione tra salvaguardia, sostenibilità e governo delle trasformazioni”, Milano, 13 e 14 ottobre 2004, promosso con il Politecnico di Milano dalla Direzione Generale Agricoltura della Regione Lombardia.

 

Report: disegno di legge Orsi aprile 29, 2009

 

Report

Disegno di Legge Orsi

Si presenta di seguito la parte introduttiva del Report, composto di altre quattro sezioni.

Cliccando rispettivamente su: quadro normativoDanilo Selvaggi, Osvaldo Veneziano, Rodolfo Grassi, troverete gli approfondimenti desiderati.

Il presente Report nasce dall’esigenza, più volte esternata dalle diverse parti in causa, cittadini compresi, di capire e approfondire le dinamiche contenute nel Disegno di Legge presentato dal Senatore Orsi in via definitiva lo scorso 11 marzo 2009. L’iniziativa di intervenire sulla legislazione italiana in materia di caccia e territorio arriva dopo uno dei tanti ammonimenti dell’Unione Europea volto a richiamare l’Italia al rispetto delle direttive comunitarie e a sollecitare il nostro Paese a dotarsi di una struttura normativa valida ed efficiente in materia di tutela delle specie minacciate e degli ecosistemi naturali a rischio.

A fronte di questi richiami all’ordine, la proposta del Senatore Orsi di ammodernamento della legge 157/1992 (recante norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio) ha fatto da subito discutere proprio perché è parsa, almeno ad alcuni, un passo indietro nella salvaguardia del patrimonio faunistico ed ambientale. Le modifiche proposte “riguardano la cattura temporanea e l’inanellamento, l’esercizio venatorio da appostamento fisso ed i richiami vivi, la definizione della zona faunistica delle Alpi, le forme di prelievo venatorio specialistico, la gestione programmata della caccia, la mobilità per l’esercizio della caccia alla fauna migratoria, la  disciplina delle aziende faunistico-venatorie e delle aziende agrituristico-venatorie, la gestione degli ungulati selvatici, la caccia alle specie opportunistiche ed invasive, il controllo faunistico, i divieti di caccia, la licenza di porto di fucile per uso di caccia e l’abilitazione all’esercizio venatorio, le tasse di concessione regionale, il fondo di garanzia per le vittime della caccia ed il risarcimento dei danni prodotti dalla fauna selvatica e dall’attività venatoria, la vigilanza venatoria e le sanzioni amministrative” (Intervento del Sen. Orsi in Commissione Territorio, Ambiente e Beni Culturali, 71ª Seduta, 11 marzo 2009).

Non abbiamo inserito appositamente una parte dettagliata riguardo i contenuti del Ddl, perché ci è sembrato di maggior stimolo alla lettura completa del lavoro presentare le modifiche rilevanti proposte da tale decreto nello svolgersi dei dialoghi con i nostri interlocutori.

Il nostro intento è stato dunque quello di chiarire, se pur brevemente, il quadro normativo attualmente vigente, al fine di creare una minima consapevolezza delle norme vigenti sul territorio italiano in materia ambientale; volendo rendere più vivo il confronto, abbiamo dato voce a tre rappresentanti delle categorie che si sono esposte nel dibattito riguardante il Ddl, chi a favore, chi contro.

Chi meglio di loro poteva accompagnarci nell’analisi del Ddl Orsi?

Troverete quindi tre interviste: una a Danilo Selvaggi, Responsabile nazionale dei rapporti istituzionali Lipu (Lega italiana protezione uccelli); la seconda a Osvaldo Veneziano, Presidente nazionale Arcicaccia; la terza a Rodolfo Grassi, Presidente Provinciale Fidc Milano.

La struttura del Report è libera, sullo stampo dei libri interattivi. Partite quindi da dove desiderate, saltate le parti che volete, il filo si ritrova sempre… Le domande rivolte ai nostri intervistati seguono una struttura comune, voluta appositamente per consentire ai lettori un confronto tra le varie posizioni esistenti; ovviamente, a seconda delle differenti competenze dell’intervistato, in ciascuna intervista sono stati approfonditi aspetti specifici .

Manca una voce in questo lavoro, quella del Senatore Orsi, cui ovviamente è stata a suo tempo richiesta l’intervista, in quanto proponente del Disegno di legge. Per il resto, se qualcuno avesse voglia di partecipare al dibattito in corso, mi contatti senza alcun problema: marta.mainini@amb-ire.com

Andiamo dentro le notizie; buona informazione.

 

Intervista a Danilo Selvaggi, responsabile nazionale rapporti istituzionali Lipu aprile 29, 2009

Intervista a

DANILO SELVAGGI, responsabile nazionale rapporti istituzionali Lipu

 

È davvero necessario cambiare la Legge 157/1992?

Solo nella misura in cui andasse ad aumentare il livello di tutela di animali e natura in generale, solo per mettere l’Italia in regola rispetto alle numerose infrazioni della normativa europea: non dimentichiamoci che l’Europa sta per condannarci per troppa e malfatta caccia. Non era necessario cambiarla per diminuire la tutela. Teniamo conto che le sanzioni europee sono principalmente pecuniarie, bloccano ad esempio fondi destinati all’Italia per agricoltura etc, anche somme ingenti: si crea quindi un danno alla collettività causato da una minoranza.

La Lipu ha rapporti con associazioni ambientaliste estere?

Se sì, queste associazioni straniere che ne pensano della politica nazionale in merito alle gestione delle attività venatorie, soprattutto per quanto riguarda la fauna migratoria, che quindi interessa un livello ecosistemico più ampio del territorio italiano in sé…

Si infatti.. La Lipu fa parte della federazione internazionale “BirdLife International” presente in tutti i continenti, in più di 100 Paesi, in Europa ovunque, creando un rapporto strettissimo fra i partners europei. Questi ultimi sono molto preoccupati per la proposta normativa italiana. L’Italia è sotto i riflettori d’Europa, è molto scorretta nell’applicazione della normativa europea. Il tentativo filo-venatorio viene ripresentato ciclicamente, non è la prima volta, ciò suscita preoccupazione per la fauna selvatica, patrimonio di tutta la comunità internazionale, non solo italiana.

Per quanto riguarda l’uso estensivo del “controllo faunistico”.. non rischia questo di diventare un termine impacchettato per cacciare nei parchi specie protette in più periodi all’anno?

È un rischio grosso quello del controllo faunistico… prima di parlare di controllo faunistico bisognerebbe chiedersi come mai certe specie, in alcune aree geografiche, sono aumentate di numero. Il fatto è che i cinghiali sono stati immessi dai cacciatori, oltretutto utilizzando sottospecie dell’est, più prolifiche, e infatti si sono riprodotte. È un problema serissimo, cha include i danni all’agricoltura e il desiderio di cacciare.

La prima cosa da fare a proposito del controllo faunistico è bloccare l’immissione, chiudere il rubinetto. Il procedere al controllo faunistico per abbattimento è come andare a raccogliere l’acqua con un cucchiaio mentre il rubinetto è aperto.. La prima cosa da fare, più efficace ed immediata, è chiudere il rubinetto, bloccare le immissioni artificiali di specie cacciabili. Esistono degli strumenti pianificatori adeguati, azioni di controllo, piani di gestione, strumenti tecnici, le Regioni hanno norme ad hoc per farlo.

Non utilizzare l’espediente dei danni da fauna come cavallo di Troia per aumentare le possibilità di caccia; in questo modo si prendono in giro i cittadini e gli agricoltori: i danni da fauna non sono davvero affrontati, solo utilizzati come possibilità per diminuire i vincoli venatori.

All’art. 12 e 18-ter troviamo invece il concetto di specie “opportunistiche ed invasive”, nei confronti delle quali viene legalizzato l’abbattimento, anche in caso di specie non cacciabili, purché siano “fastidiose”? Mi corregga se sbaglio..

Sì è così.. Nella realtà esistono moltissimi strumenti per esercitare un controllo efficiente sulla fauna, non solo interventi cruenti di abbattimento. E poi, se la riforma alla 157 è stata fatta per dare una risposta ai danni da fauna, cosa c’entrano le civette usate come richiami vivi, cacciare dopo il tramonto, nella neve, sul ghiaccio..

Sì, anche queste innovazioni le vedremo tra poco; mi interessava prima capire il discorso, ex. art. 15, sulla mobilità dei cacciatori negli Ambiti Territoriali di Caccia. L’Art.11, co 13 sancisce inoltre che la licenza di porto di fucili per caccia abbia validità su tutto il territorio nazionale. Quali conseguenze porterebbe una tale mobilità?

Il cardine della legge 157/1992 era proprio il rapporto cacciatore-territorio, la stessa legge stabiliva gli ATC, ambiti territoriali di caccia, proprio per la necessità che il cacciatore operasse su uno o più aree, ben definite. Questo porta un duplice vantaggio: la responsabilità, ogni cacciatore ha familiarità con il proprio territorio di caccia, si sviluppa anche maggior attenzione e rispetto da parte di quei cacciatori meno rispettosi di regole e norme.

In secondo luogo viene facilmente controllata la densità venatoria, non si verifica la possibilità di concentrazione maggiore, ad esempio si evita la possibilità legale di un addensamento di cacciatori in zone interessate da rotte migratorie.

Tutto questo viene meno nel Ddl Orsi, che prevede ben 30 giorni di mobilità venatoria; tenendo conto che i giorni di caccia effettiva per singolo cacciatore sono circa 30/40 giorni, ben si comprende come i 30 giorni di mobilità siano equivalenti ad una quasi totale mobilità, una deregolarizzazione.

Arrivando a quello che già anticipava Lei prima, l’art. 4 prevede che più specie possano essere richiami vivi, anche senza l’utilizzo degli anellini identificativi per legittimarne la provenienza. Un certificato di provenienza (art. 5), sarà davvero sufficiente?

No, impossibile evitare che persone non corrette ne approfittino, l’anellino è molto difficile da rimuovere, scoraggia chi vuole utilizzare illegalmente i richiami vivi nel mercato nero o in altro.. Questa deregulation liberalizza in pratica la detenzione di illimitati uccellini da richiamo. Il Senatore Orsi ha pure risposto che elimina la pratica dell’anellino perché è fastidioso. Noi della Lipu ci chiediamo: è più fastidioso avere un anellino su una zampa, o essere detenuto tutta la vita in un gabbia minuscola, al buio, destinato ad essere un’esca o richiamo vivo? La Lipu ha intenzione di abolire questa pratica aberrante, oggi, nel 2009, con la cultura diffusa, una notevole sensibilità collettiva, dovremmo muoverci contro l’utilizzo dei richiami vivi.

L’art. 22 legalizza la caccia in valichi montani; tali aree sono oggi interdette alla caccia per un raggio di 1000 metri, in questo modo l’avifauna migratrice ha tranquillità per sostare, riposarsi, trovare ristoro etc.. Consentire lo svolgersi di attività venatorie anche in questi ambienti può comportare forme di disturbo, o aprire la possibilità del bracconaggio per la difficoltà strutturale di controllo?

Il discorso è che si apporterebbe sicuramente disturbo alla fauna migratrice; inoltre si offre anche qui un incentivo ai malintenzionati..già che possono essere lì, armati.. E poi la logica alla base è assurda, paradossale: si estende la caccia a questi territori perché le specie in esubero potrebbero spingersi fino a lì.. ma allora se queste si spingessero nelle città, nei giardini.. si aprirebbe la caccia ovunque in nome di questo esubero? Forse ci vuole un management di base, ben potenziato e mirato, queste invece sono ragioni palesemente strumentali.

 L’art.22 consente di portare armi, purché scariche e in custodia, lungo le vie di comunicazione di parchi e riserve. Consente inoltre di cacciare da veicoli, anche da natanti a motore spento. Quali conseguenze comportano queste nuove possibilità, soprattutto nelle zone umide, ecosistemi più che mai fragili?

Toccando l’argomento zone umide, è necessario ricordare un fatto, quasi mai menzionato (Io lo menziono infatti grazie a questa dritta, non per merito mio): esiste un accordo internazionale, l’AEWA -accordo per la conservazione degli uccelli acquatici migratori tra Africa ed Eurasia (vedi quadro normativo)- che chiede agli Stati coinvolti di proteggere i migratori. In questo accordo si vieta l’utilizzo di pallini al piombo nelle zone umide dal 2000. L’Italia, nel 2006 con legge 66/2006 proposta dal Ministro Frattini, recepì tale accordo e ne previde l’applicazione. Ad oggi, comunque, escluse le Zps (zone a protezione speciale -vedi quadro normativo), si caccia ovunque con pallini al piombo: ciò provoca problemi di saturnismo agli uccelli, un forte inquinamento degli ecosistemi naturali ed acquatici. Proprio questi rischi dovrebbe proibire un Ddl serio: bandire definitivamente il piombo.

Per arrivare alla caccia da natanti a motore spento: è una modalità molto invasiva, permette ai cacciatori di avvicinarsi in silenzio, cogliendo gli animali in situazioni più rilassate.. legalizza un modo subdolo, sleale di cacciare.

L’art 11, co 9,10 prevede invece il tanto discusso tirocinio di caccia per 16enni: cosa ne pensa?

I ragazzi a quell’età dovrebbero pensare a suonare la chitarra, a leggere; dedicarsi all’arte, alla musica, ai libri.. e non ai fucili. Inoltre i 16 anni di adesso non sono i 16 anni degli anni 50’, la maturità è diversa, il contesto in cui vivono, le pressioni a cui sono soggetti sono diverse. Da non sottovalutare inoltre il caso di paesi in cui la caccia a 16 anni è concessa: hanno conosciuto purtroppo eventi drammatici, stragi di giovani; Germania e Finlandia stanno ritornando sui loro passi, in Finlandia si sta pensando addirittura di portare l’età minima per cacciare non solo ai 18 anni, bensì a 21.. Questa politica correttiva dovrebbe far pensare.

Con l’art 16 sparisce il divieto di immettere fauna dopo il 31 agosto. Sapendo che l’attività venatoria apre a settembre, in teoria, questo articolo prevede la possibilità di immettere fauna in periodo di attività venatoria. Giusto?

Prima di tutto l’immissione e l’introduzione di fauna proveniente dall’estero crea squilibri non indifferenti, solo perché si vuole cacciare tanto e tanta fauna.. fenomeni che “drogano” l’ambiente. E poi gli animali immessi in periodo di caccia non avrebbero il tempo di ambientarsi al nuovo luogo.

È davvero necessario rivalutare tutta la materia; per come stanno le cose nel Ddl, si tratta di una sorta di esecuzione.

Anche perché, io non sono un’esperta di caccia, ma credo la finalità istitutiva delle aziende faunistiche venatorie sia quella di ricreare popolazioni animali stabili ed autosufficienti..

Il problema da rilevare è che in Italia non esistono dati su tutto ciò che gira intorno alla caccia, la legge 157 richiede dati, rapporti, analisi del livello di pressione venatoria.., ma in realtà non ci sono né a livello regionale, né a livello nazionale. Ciò mina nel fondamento l’attività venatoria: quest’ultima è sostenibile per la conservazione dell’ambiente? Come capire se la caccia esercitata ad oggi sia sostenibile? Non possiamo valutarla, non ci sono strumenti, misure.. Come rifare la legge 157? Su quali dati, su quali conoscenze? Ha funzionato? Come e perché? Questa è una riforma alla cieca, o meglio, una riforma che vede solo in una direzione..

A proposito di vedere, l’art 16 sancisce la possibilità di estendere la caccia dopo il tramonto. Ma come funziona? Cioè, il motivo è perché alcune specie tornano solo nel buio, o perché sono bersagli più facili perché nel nido?

Mi risulta che il tramonto sia quando il sole va a nascondersi oltre l’orizzonte.. ciò comporta una notevole riduzione della visibilità: già per gli esperti è difficile distinguere un piccolo esemplare di una determinata specie da un altro, figuriamoci una persona meno esperta, al buio. Inoltre, è vero, solo alcune specie ritornano proprio al calar del sole, e se tu non cacci proprio quella non sei in pace con te stesso?

Senza dimenticare il rischio, sparando al buio, anche per una specie in più, la nostra.

Sì in effetti.. comunque, ultima domanda: all’art. 27 si propone una riduzione dei ruoli e delle presenze dei guardia parco, guardie ecologiche e zoologiche.. Come valuta questo intervento in concomitanza al problema del bracconaggio in Italia?

Mentre l’Unione Europea emana una nuova direttiva sui reati ambientali, chiedendo che su determinate illegalità, caccia a specie protette, ci sia un rafforzamento delle pena, un enforcement, maggior vigilanza, chiede insomma un giro di vite per rispondere ad un problema grave, noi in Italia abbassiamo la tutela ed eliminiamo pure alcuni dei controllori. Che dire di più.

 

Grazie a Danilo Selvaggi,

Responsabile nazionale rapporti istituzionali Lipu

  vai a:

quadro normativo, intervista a Osvaldo Veneziano, intervista a Rodolfo Grassi

 

marta.mainini@amb-ire.com

 

Possiamo cambiare il passato? aprile 9, 2009

 

Il famoso economista Jeremy Rifkin, in occasione dell’incontro con gli studenti dell’Università la Sapienza di Roma per l’anniversario dei 10 anni di Banca etica, ha ribadito che di fronte allo stato dell’ambiente, ai cambiamenti climatici e alla crescente domanda di energia dei paesi in via di sviluppo, il nucleare non rappresenta affatto una risposta corretta ed esaustiva: “oggi in tutto il mondo sono presenti 430 centrali che realizzano solo il 5% dell’energia, quindi per poter arrivare ad avere un impatto sul clima (ridurre le emissioni di anidride carbonica) dovrebbero produrre il 20% dell’energia totale, ma questo significherebbe costruire tre centrali ogni trenta giorni per 10 anni, visto che ne sarebbero necessarie 2.000″. Inoltre, ha ricordato che “nel 2025 le scorte di uranio si esauriranno” e che “già non c’è abbastanza acqua per raffreddare i reattori, basti pensare che solo la Francia utilizza il 40% delle risorse idriche a questo scopo”.

Non dimentichiamoci poi dell’insidia delle scorie: “Non sappiamo ancora come trasportarle e stoccarle. Gli Stati Uniti hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all’interno di montagne dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l’area”.

L’economista “green” aggiunge con grande sensibilità come un inizio di soluzione reale e locale possa incarnarsi nel “far diventare le nostre case centrali energetiche” trovando l’energia nel nostro giardino, prendendola “dal terreno e dal sole”. Potrebbe inoltre aiutare a diminuire il consumo di energia della nostra individuale impronta ecologica la riduzione del nostro consumo di carne, la cui produzione sembra esser causa di una notevole produzione di metano e anidride carbonica..

Ed ammettendo anche il contributo che la costruzione di centrali nucleari potrebbe portare al bilancio energetico italiano, forse ora è davvero giunto il momento di chiedersi se il nostro Paese è strutturalmente e fisicamente idoneo ad ospitare questi corpi estranei. Dove andrebbero localizzate queste centrali? E dove andrebbero stoccate le scorie? Evitiamo la solita polemica nimby (not in my back yard), d’accordo, ma di fatto, dove andranno messe queste scorie? E le centrali? Dietro il giardino dei nostri ministri proponenti il nucleare? Voi che credete? E poi l’uranio andrà esaurendosi, il suo prezzo quindi aumenterà.. Non so, serve altro?

Forse si, purtroppo.

Volgendo profondo cordoglio e la massima solidarietà alle vittime del terremoto in Abruzzo, alle loro famiglie e a tutta la comunità che si è vista spogliata dei propri averi, del proprio ambiente di vita, della propria sicurezza, pensando proprio a questa tragedia, a queste perdite, mi chiedo se non sia almeno possibile imparare dagli errori fatti in passato, evitando questa volta di costruire dove non si deve, di cementificare aree poco sicure.. Possiamo cambiare il passato? Far girare l’orologio all’indietro ed evitare la morte di centinaia di persone?

Il momento che stiamo vivendo oggi sarà il passato del nostro futuro, possiamo quindi agire adesso in modo sostenibile e previdente, non permettendo lo sfruttamento edilizio e la speculazione, non permettendo la costruzione di masse tumorali nel nostro ambiente di vita. Possiamo, ora, fare qualcosa affinché in futuro tragedie come queste non accadano più. Se questo preciso momento storico sarà passato, si, possiamo agire per cambiare le cose, per migliorarle, per avere un futuro in cui sentirsi più sicuri.

L’Italia è un territorio piccolo, stretto, il rischio sismico esiste.. dobbiamo davvero rischiare altre vite costruendovi delle centrali nucleari, ampliando case e costruendo in totale deregulation?

marta.mainini@amb-ire.com

 

Duemila e venti..vecchi? marzo 3, 2009

 

4 centrali nucleari in Italia previste per  il 2020, questo è quanto Italia e Francia  hanno concordato lo scorso 25 febbraio.

I Presidenti delle regioni Puglia, Piemonte, Lazio , Alto Adige, Toscana, il sindaco di Ragusa e di Viterbo hanno espresso la propria opposizione rispetto ad una eventuale costruzione di insediamenti nucleari nei rispettivi territori di competenza.  Il governatore della Lombardia Formigoni ha per il momento accennato un “vedremo, valuteremo, verificheremo”.

Nichi Vendola invece, Presidente della regione Puglia, ha sostenuto il proprio parere negativo ricordando la struttura del territorio italiano: “una striscia allungata e densamente popolata, un Paese la cui antropizzazione è così capillare che è difficile immaginare il ritorno a cicli industriali insolubili”.

Senza voler cadere nella ben conosciuta sindrome Nimby –not in my back yard- , vorrei  solo porre uno spunto di riflessione su due elementi: il primo riguarda la possibile inadeguatezza di centrali nucleari progettate e finanziate ora, con tecnologie già ad oggi messe in discussione più volte*, la cui realizzazione completa finirà, se non ci saranno ritardi (cosa alquanto strana in Italia..) nel 2020.. non è una corsa contro il tempo persa in partenza? Pare che invece di giocare con il tempo a loro favore, investendo in energie nuove e pulite, gli italiani vogliano a tutti i costi investire anni e sforzi per realizzare qualcosa che nascerà già vecchio..la tecnologia definita ora per il progetto, risulterà quasi sicuramente sorpassata nel 2020.. purtroppo.

Il secondo punto è già stato accennato: non sarebbe forse più conveniente investire tutti questi sforzi e questi soldi nelle energie pulite, creando alternative valide, nuovi posti di lavoro, efficienza energetica ed ambientale, riducendo allo stesso tempo le sostanziose multe che il nostro Paese si troverà a dover pagare se la sua attenzione ambientale rimarrà su questi standards?

Mercedes Bresso, Presidente della Regione Piemonte, ha ricordato a questo proposito che proprio il Piemonte ha scelto di puntare sulle energie rinnovabili, investendovi 300 milioni di euro fino al 2013, producendo opportunità di lavoro e migliorando la qualità del territorio.

Dobbiamo scegliere se nascere vecchi, o invecchiare con spirito giovane.

 

*Un’inchiesta del quotidiano britannico “The Independent” ha rivelato che le centrali nucleari di nuova generazione sono più pericolose, in caso di incidente, di quelle vecchie. Nonostante infatti il verificarsi di incidenti sia un’ipotesi meno probabile grazie alle nuove tecnologie, un eventuale incidente provocherebbe una fuoriuscita di radiazioni maggiore e potrebbe fare anche il doppio delle vittime.

 

Marta.mainini@amb-ire.com

 

 
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