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Pirati mattacchioni…? maggio 13, 2009

Abbiamo sentito parlare tutti del fenomeno di pirateria dilagante intorno alle coste somale, e non solo. Quello di cui poco si sente parlare, invece, sono le possibili cause di questo preoccupante agire: ma perché mai questi cittadini somali, stancati da guerre, caldo torrido, fame, povertà, miseria, malattie, dovrebbero prendere una barchetta e dirigersi contro delle navi giganti appartenenti all’altra parte del mondo, quella “sviluppata”? Ma chi glielo fa fare? O cosa li spinge a farlo? Immaginate di combattere a mani nude contro i carri armati, per citare il magistrato Tarditi…

La vicenda è assolutamente complessa; mi piacerebbe però provare anche solo a riflettere su alcuni piccoli dubbi che mi ronzano in testa… Scorriamo alcune parole di Romano Sergio, che ha frequentato la Somalia come direttore della Commissione Europea e ha poi seguito le vicende somale da Nairobi per una Ong: “occorre proteggere il traffico internazionale e usare, se necessario, le armi, ma non è possibile trattare la pirateria alla stregua di un fenomeno esclusivamente criminale”.

“La lista delle responsabilità comincia con l’ operazione «Restore hope» decisa da Bush sr. nelle ultime settimane della sua presidenza. Quando entrò alla Casa Bianca, agli inizi del 1992, Bill Clinton ereditò l’ iniziativa del predecessore e cercò di liquidare la faccenda in pochi mesi con la cattura di Mohammed Aidid, il più audace fra i signori della guerra. Ma le truppe americane caddero in una imboscata, persero cinque elicotteri e 18 ranger, ebbero 78 feriti e lasciarono nelle mani dei somali parecchi prigionieri. Clinton capì che l’operazione era meno semplice del previsto e che la volubile opinione pubblica americana aveva smesso di appassionarsi per la tragedia somala. Nel giro di pochi mesi le forze degli Stati Uniti, seguite alla spicciolata da quelle degli altri Paesi che avevano risposto all’ appello dell’ Onu, se ne andarono. Abbandonata a se stessa la Somalia sprofondò nell’ abisso dell’ anarchia e della criminalità. Gli Stati Uniti ricominciarono a occuparsi della Somalia nel 2006 quando un movimento islamista radicale, le Corti islamiche, riuscì a impadronirsi di Mogadiscio. Finanziarono e armarono i vecchi signori della guerra, persuasero l’Etiopia a intervenire con le sue forze armate, e riuscirono, per procura, a scacciare gli islamisti dalla vecchia capitale del Paese.
Oggi la Somalia è ancora una «pelle di leopardo» dove alcune zone sono governate da un evanescente governo di transizione, altre dagli islamisti, altre ancora dai clan e dalle milizie dei suoi baroni feudali. È difficile continuare a pensare che il problema della Somalia siano i pirati”.

E ancora: “Occorre ricordare che la Somalia ha la costa più estesa dell’ Africa, con 3.700 km. Sulle coste vivevano e vivono centinaia di pescatori che sopravvivevano grazie alla pesca. Dopo la caduta del governo del presidente Siad Barre, nel 1991, e il fallimento della missione delle Nazioni unite, «Restore Hope», sostenuta dagli Usa, nel 1992-93, i signori della guerra si sono divisi il territorio e le poche risorse della Somalia (pesci, cammelli, banane, datteri, contrabbando). I pescatori somali sono stati colpiti due volte: dalla pesca illegale di pescherecci di tutto il mondo e dalla criminale discarica nelle acque della Somalia, non protette, di scorie industriali, di materiali inquinanti, forse anche scorie nucleari, come attestano le malattie che hanno colpito i pescatori e le loro famiglie, specie dopo lo tsunami del 2005, che ha fatto affiorare molti dei fusti velenosi”. (Romano Sergio,Corriere della Sera, 5 maggio)

Il problema del forte inquinamento delle coste somale sollevato nell’articolo sopracitato sembra purtroppo più che mai pericoloso: è un dramma planetario quello dello smaltimento di scorie nucleari, rifiuti tossici, residui di lavorazioni industriali inquinanti. Ne parlano dagli anni ’90 molti esperti, tra cui ad esempio Mahdi Gedi Qayad, consulente dell’Unep e Luciano Tarditi, magistrato che ha indagato sui traffici illegali di rifiuti tossici.

marta.mainini@amb-ire.com

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