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La protezione della fauna selvatica: una vecchia questione… aprile 14, 2009

In un momento in cui è alta l’attenzione sul tema della tutela della fauna selvatica, in seguito al Disegno di Legge sulla caccia avanzato dal senatore Franco Orsi, propongo alcuni estratti di un articolo scritto da Dino Buzzati nel 1948, in cui l’autore esprime la propria preoccupazione circa la protezione di alcune specie in pericolo di estinzione.

Con un po’ di rammarico mi accorgo che questo articolo, risalente a 60 anni fa, è in alcuni punti e nelle intenzioni molto attuale!

orso

“Mi preoccupano gli stambecchi, mi preoccupano le magnifiche specie di orsi e dei camosci d’Abruzzo, del daino e del muflone di Sardegna, penso alla piccola foca monaca che ho giorno ho visto emergere dalle acque del Mediterraneo, ma la mia malattia, forse voi lo sapete, è l’orso bruno dell’Adamello e del Brenta. Per queste povere bestie che si stanno arroccando lassù in una suprema difesa, io invoco consiglio e protezione. A noi decidere: il loro habitat naturale dovrà mutarsi in una tomba o diventare luogo di rigenerazione e di vita?

Soltanto nel Gran Paradiso – merito di Renzo Videsott, commissario del parco nazionale – i famosi stambecchi, orribilmente decimati durante la guerra, hanno avuto una bella ripresa. Ma da tutte le altre parti giungono S.O.S. I caprioli in Val Trafoi sono finiti tutti in padella o sugli spiedi. I cervi della zona dell’Ortles Cevedale sono sempre più minacciati, di orsi bruni non ne restano che 24, la civiltà impesta progressivamente selve e monti. All’estero, col sistema dei parchi nazionali si sono fatti miracoli; negli Stati Uniti, nel Canadà, nel Sud Africa, in Svizzera, perfino dell’Eurasia sovietica.

L’Italia è buona ultima, eppure a noi è stato affidato dalla sorte il destino di varie e preziose specie. Ma che importa – dirà qualcuno – se l’orso scomparisse dalle Alpi? E’ un po’ come chiedere perché sarebbe un guaio se il “Cenacolo” di Leonardo andasse in polvere. Sarebbe un incanto spezzato senza rimedio, una nuova sconfitta della già mortificatissima natura; perché quanto più si estende sulla terra vergine il dominio dell’uomo, tanto più diminuiscono le sue possibilità di salvezza, e a un certo punto egli si troverà prigioniero di se stesso, gli verrà meno il respiro e per un angolo di autentico bosco sarà disposto a dar via tutte le sue diaboliche città, ma sarò troppo tardi, delle antiche foreste non rimarrà più una fogliolina.”


Da “S.O.S. per l’orso alpino e altre povere bestie” in Le Montagne di Vetro, Dino Buzzati.

silvia.ferrari@amb-ire.com

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Controproposta a Berlusconi aprile 10, 2009

Per far fronte alla tragedia del terremoto in Abruzzo l’Italia ha bisogno di manodopera, progettisti,  materiali di qualità, architetti, geometri, squadre di lavoro, macchinari, tecnici esperti, urbanisti, specialisti nei beni culturali, restauratori.. soldi.

Berlusconi ha avuto un’idea: suddividere la ricostruzione post terremoto in 100 progetti, da assegnare a rispettive 100 province italiane.

Io ne ho avuta un’altra:  abbiamo pronti da spendere 6 miliardi di euro stanziati dal Cipe per il Ponte sullo stretto. Invece di chiedere  la donazione di un euro da telefono mobile, e di due da telefono fisso (aiuto senz’altro simbolo di una solidarietà collettiva che non fa mai male, intendiamoci)  vediamo se il Governo italiano è davvero pronto alla ricostruzione seria, a investire dove serve, a stanziare soldi dove esiste una necessità urgente e reale. Dirottiamo i milioni destinati al Ponte, opera praticamente inutile, dispendiosa e dannosa, nella ricostruzione dei paesi d’Abruzzo e nell’aiutare una popolazione che ha perso tutto; sarebbe forse il primo caso di  dirottamento sensato.

Cosa serve di più ai cittadini italiani? Un improbabile blocco di cemento sospeso sopra acqua salata, che farà sorridere le solitarie tasche dell’elite dei grandi costruttori, o ridare vita ad una Regione severamente colpita?

Cosa è più rispettoso fare?

I soldi ora li abbiamo, usiamoli in modo onesto, una volta ogni tanto.

marta.mainini@amb-ire.com

 

 

Possiamo cambiare il passato? aprile 9, 2009

 

Il famoso economista Jeremy Rifkin, in occasione dell’incontro con gli studenti dell’Università la Sapienza di Roma per l’anniversario dei 10 anni di Banca etica, ha ribadito che di fronte allo stato dell’ambiente, ai cambiamenti climatici e alla crescente domanda di energia dei paesi in via di sviluppo, il nucleare non rappresenta affatto una risposta corretta ed esaustiva: “oggi in tutto il mondo sono presenti 430 centrali che realizzano solo il 5% dell’energia, quindi per poter arrivare ad avere un impatto sul clima (ridurre le emissioni di anidride carbonica) dovrebbero produrre il 20% dell’energia totale, ma questo significherebbe costruire tre centrali ogni trenta giorni per 10 anni, visto che ne sarebbero necessarie 2.000”. Inoltre, ha ricordato che “nel 2025 le scorte di uranio si esauriranno” e che “già non c’è abbastanza acqua per raffreddare i reattori, basti pensare che solo la Francia utilizza il 40% delle risorse idriche a questo scopo”.

Non dimentichiamoci poi dell’insidia delle scorie: “Non sappiamo ancora come trasportarle e stoccarle. Gli Stati Uniti hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all’interno di montagne dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l’area”.

L’economista “green” aggiunge con grande sensibilità come un inizio di soluzione reale e locale possa incarnarsi nel “far diventare le nostre case centrali energetiche” trovando l’energia nel nostro giardino, prendendola “dal terreno e dal sole”. Potrebbe inoltre aiutare a diminuire il consumo di energia della nostra individuale impronta ecologica la riduzione del nostro consumo di carne, la cui produzione sembra esser causa di una notevole produzione di metano e anidride carbonica..

Ed ammettendo anche il contributo che la costruzione di centrali nucleari potrebbe portare al bilancio energetico italiano, forse ora è davvero giunto il momento di chiedersi se il nostro Paese è strutturalmente e fisicamente idoneo ad ospitare questi corpi estranei. Dove andrebbero localizzate queste centrali? E dove andrebbero stoccate le scorie? Evitiamo la solita polemica nimby (not in my back yard), d’accordo, ma di fatto, dove andranno messe queste scorie? E le centrali? Dietro il giardino dei nostri ministri proponenti il nucleare? Voi che credete? E poi l’uranio andrà esaurendosi, il suo prezzo quindi aumenterà.. Non so, serve altro?

Forse si, purtroppo.

Volgendo profondo cordoglio e la massima solidarietà alle vittime del terremoto in Abruzzo, alle loro famiglie e a tutta la comunità che si è vista spogliata dei propri averi, del proprio ambiente di vita, della propria sicurezza, pensando proprio a questa tragedia, a queste perdite, mi chiedo se non sia almeno possibile imparare dagli errori fatti in passato, evitando questa volta di costruire dove non si deve, di cementificare aree poco sicure.. Possiamo cambiare il passato? Far girare l’orologio all’indietro ed evitare la morte di centinaia di persone?

Il momento che stiamo vivendo oggi sarà il passato del nostro futuro, possiamo quindi agire adesso in modo sostenibile e previdente, non permettendo lo sfruttamento edilizio e la speculazione, non permettendo la costruzione di masse tumorali nel nostro ambiente di vita. Possiamo, ora, fare qualcosa affinché in futuro tragedie come queste non accadano più. Se questo preciso momento storico sarà passato, si, possiamo agire per cambiare le cose, per migliorarle, per avere un futuro in cui sentirsi più sicuri.

L’Italia è un territorio piccolo, stretto, il rischio sismico esiste.. dobbiamo davvero rischiare altre vite costruendovi delle centrali nucleari, ampliando case e costruendo in totale deregulation?

marta.mainini@amb-ire.com