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La crisi economica non ferma la crescita del Biologico febbraio 2, 2009

Tra i dati diffusi dall’ultimo rapporto Bio Bank 2009, che raccoglie i dati di oltre 7mila operatori del settore biologico, il più interessante è quello che dimostra come, nonostante la crisi economica, gli italiani non rinuncino ad acquistare prodotti alimentari buoni, puliti e giusti – rubando le parole al Presidente di Slow Food Carlo Petrini.

Vediamo in sintesi i principali rilievi del rapporto: in primo luogo, si registra una crescita per tutte le forme di vendita diretta dei prodotti agroalimentari biologici in Italia, con un +17% nel 2008 e un +92% negli ultimi cinque anni. Questa, in un periodo di forte rallentamento economico, che comporta una generale contrazione dei consumi, costituisce un’indicazione chiara: il consumatore consapevole non vuole rinunciare al biologico.

Gli operatori bio erano poco più di 1.000 con vendita diretta nel 2003, ed hanno superato abbondantemente quota 1.900 nel 2008, segnando quasi un raddoppio in cinque anni. La vendita diretta è diventata un fenomeno che non riguarda più solo le piccole aziende, per le quali è comunque vitale, ma anche le grandi realtà, che la vedono come un valore aggiunto decisivo. Nell’ultimo triennio, anche i gruppi di acquisto solidale (GAS) sono cresciuti del 66%, per un totale di 479 gruppi in tutta Italia. Crescono anche il numero delle mense scolastiche con menù biologico (+20% dal 2006), quello dei ristoranti (+12%) e dei mercatini (+8%). Questi dati sono di conforto e, in un momento difficile per l’economia globale, segnano un lento cammino di maturazione nel modo di produrre e consumare, un cammino faticoso e figlio di una battaglia culturale che da anni si combatte specialmente su suolo italiano.

In ogni caso, è bene ricordare che si parla di percentuali elevate in relazione a margini quantitativi ancora di nicchia. La strada è lunga, insomma, ma, con il biologico, anche buona.

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L’inarrestabile invasione gennaio 23, 2009

Nonostante il dibattito tra sostenitori e detrattori, tra poveri e ricchi, tra grandi e piccoli contadini del mondo continui, la Commissione Europea prosegue inopinatamente nella sua marcia contro i consumatori europei che si rifiutano di mangiare cibo OGM, e contro la maggioranza dei produttori europei (quasi la totalità in Italia), che non vogliono seminare OGM né vedere contaminati i propri campi e le proprie sementi. Per la prima volta dopo 10 anni, infatti, la Commissione Europea è tornata “all’attacco” e ha proposto di autorizzare all’interno dell’Unione la coltivazione di due mais biotech: il Bt11 della multinazionale Syngenta e il Bt1507 della Pioneer. Sui dossier, l’Agenzia Ue per la sicurezza alimentare (Efsa) ha espresso due pareri favorevoli anche alla luce di 11 ulteriori studi forniti da Bruxelles. L’Agenzia Europea per la sicurezza alimentare conferma, così, la sua vocazione a fare gli interessi delle illustri multinazionali del biotech e, al contempo, le istituzioni europee ribadiscono il preoccupante crollo di rappresentatività (vedi mancata ratifica della costituzione europea in Francia) e la conseguente e continua delegittimazione che le connotano ormai agli occhi dei cittadini europei, che vedono sempre meno tutelati spirito e differenze del vecchio continente. Non ci possiamo meravigliare se, sulla scorta di questo scetticismo, si è consolidato negli anni, e sempre con maggior chiarezza, un raggruppamento di soggetti economici privo di qualsiasi identità politica.

Adesso la parola passa ai 27 stati membri che dovranno esprimersi tra circa sei settimane, quando la proposta arriverà sul tavolo del Comitato di autorizzazione degli Ogm. Chiediamo al Ministro per le Politiche agricole Zaia – che ha già manifestato nel recente passato una certa sensibilità verso l’argomento – di pronunciarsi in modo chiaro ed immediato contro il rilascio di queste nuove sementi  e di costruire in seno al Consiglio europeo una maggioranza netta che riporti gli interessi di tutti i cittadini al centro delle politiche dell’Unione europea, al posto degli interessi delle multinazionali biotech.

Alfio Sironi