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REDD: Reducing Emissions From Deforestation dicembre 3, 2008

 

In questi giorni in cui il dibattito sul clima ha uno scenario sempre più preoccupante, scienziati di fama mondiale ricordano al mondo economico e politico che una delle soluzioni più rapide ed efficaci per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e combattere così i cambiamenti climatici consiste nell’interrompere la deforestazione.

Proprio tale meccanismo, con  le sue attività di disboscamento,  incendio e distruzione raggiunge circa il 20% delle emissioni totali. Senza contare che, se la deforestazione selvaggia fosse fermata, si andrebbe a diminuire CO2 nell’aria non solo per il blocco delle attività, ma anche per il prezioso compito di assorbimento di CO2 che ecosistemi forestali ancora in salute potrebbero assolvere.

In un panorama mondiale caratterizzato sempre più da progetti di compensazione e negoziazione, il giornalista Tom Friedman sottolinea come la protezione delle foreste rappresenti ad oggi la soluzione più rapida ed economicamente conveniente ai cambiamenti climatici.

Inoltre, prendendo atto che ogni anno viene devastata una porzione di foresta tropicale pari circa all’Inghilterra, dovremmo fare i conti anche con le inestimabili perdite di biodiversità genetica, biologica, ecosistemica e culturale derivante da ciò. Ci troviamo quindi a perdere non solo la salute (non che sia poco..), ma anche frammenti importanti della nostra ricchezza naturale e collettiva. Oltre a dover sottolineare, per i meno sentimentali, una netta perdita economica dovuta alla distruzione di informazioni genetiche per l’industria farmaceutica, all’impossibilità di utilizzare materie prime a lungo termine, a enormi somme di denaro che andranno spese per sostituire, ove possibile, quelle funzioni chimico-biologiche che -per ora- l’ecosistema Terra svolge gratuitamente (ciclo dei nutrienti, ciclo dell’acqua, assorbimento di CO2 e rilascio di ossigeno..).

marta.mainini@amb-ire.com

 

Per approfondimenti:

http://www.nytimes.com/

www.conservation.org

 

 

Venti contrastanti? dicembre 2, 2008

 

 

La direttiva europea 20-20-20 prevede di raggiungere entro il 2020 la riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, l’incremento del 20% delle energie rinnovabili e un aumento del 20% di efficienza energetica. Proprio in questi giorni (1-12 Dicembre) si sta svolgendo in Polonia, nella città di Poznan, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, allo scopo di creare un piano di azione efficiente che permetta ai partecipanti di arrivare con obiettivi concreti alla prossima Conferenza mondiale di Copenhagen.

In particolare dalla Conferenza di Poznan ci si aspetta di rinforzare l’implementazione del Protocollo di Kyoto, stimolare la crescita di competenze  e capacità nei paesi in via di sviluppo, ridurre le emissioni dovute alla deforestazione, promuovere il trasferimento tecnologico e l’adattamento  ai cambiamenti climatici. Tutto questo in vista della cruciale conferenza di Copenhagen che si terrà entro la fine del 2009 e che dovrà siglare gli effettivi impegni internazionali nella riduzione dei gas ad effetto serra.

 

Alla luce di questi movimenti, la situazione in Italia come si presenta?

Se la Germania ha ridotto le proprie emissioni del 18% rispetto ai valori del 1990, l’Italia ha aumentato le proprie emissioni dell’8,9 % dal 1990 e vorrebbe ulteriori deroghe al suo impegno: il Presidente del Consiglio Berlusconi e il Ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo sottolineano la necessità di rivedere il limite di emissioni stabilito dall’Unione Europea per ciascun paese.

 

Quello che dovrebbe farci desistere però, è che l’UE ha già offerto all’Italia uno sconto sui nuovi target per il clima, con la scelta di fissare al 2005 invece che al 1990 l’anno di riferimento per i nuovi tagli dei gas serra entro il 2020.

 

Entro tale anno, secondo il pacchetto UE l’Italia dovrà quindi ridurre le emissioni a effetto serra del 13% rispetto ai livelli del 2005. E il nostro Paese ancora si lamenta, pur constatando che al 2005, nonostante l’adesione al protocollo di Kyoto, avesse aumentato le proprie emissioni di CO2 del 12% rispetto ai valori del 1990. Di conseguenza, dobbiamo ammettere che ci è stato già assegnato un consistente sconto, mentre Germania, Gran Bretagna e Francia si assumono dal 2012 al 2020 impegni reali di riduzione nell’ordine di centinaia di milioni di tonnellate di CO2.

 

Bisognerebbe anche riflettere sul perché il Governo italiano e Confindustria sostengano che la spesa di adeguamento alla direttiva europea per il nostro Paese si aggiri intorno ai 25-30 miliardi di euro l’anno, mentre dall’Europa giungono stime pari a circa 9,5-12,3 miliardi/anno.

Persino il commissario Ue Ambiente Stavros Dimas contesta le obiezioni del Governo Italiano sul pacchetto clima: “l’Italia probabilmente farà l’affare migliore”.

Il commissario si è detto infatti allibito per le obiezioni avanzate dal nostro Paese. Ha aggiunto “per l’Italia in questo pacchetto ci sono enormi opportunità e non svantaggi. L’occupazione salirà dello 0,3%, ci sarà più sicurezza energetica, più energia rinnovabile e un futuro con minori emissioni e soprattutto molti incentivi all’innovazione”. Ha poi detto, riferendosi alle stime diffuse in Italia in relazione all’applicazione delle misure previste dal pacchetto clima-energia: “Non so da dove vengano questi numeri, ma sono scenari che non si basano sul nostro pacchetto. In Italia i numeri sono completamente al di fuori di ogni proporzione rispetto a quello che chiediamo ai Paesi di fare”.

 

Secondo l’Ue i costi sarebbero tra i 9,5 e i 12,3 miliardi, mentre in Italia si parla di 18-25 miliardi.

 

Nel dibattito su stime e costi di adeguamento, Cogliati Dezza, Presidente di Legambiente, sottolinea la necessità di contabilizzare anche il ritardo italiano, che dovrà essere colmato con l’acquisto di crediti che potranno costare fino a 7 miliardi di euro “le altre economie forti del vecchio continente invece non solo non dovranno ricorrere al massiccio acquisto di crediti di CO2, ma cominciano già oggi a raccogliere i benefici di investimenti ragionati nel campo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica”.

 

Quindi.. investire tra i 9 e i 12 miliardi di euro in innovazione, capacity building, efficienza energetica, energia pulita (senza contare gli innumerevoli benefici di lungo termine riguardo la salute, la conservazione delle risorse naturali etc..) o continuare sulla vecchia strada del consumo cieco, spendendo comunque circa 7 miliardi di euro..  in multe, senza ricavarne alcun beneficio?

 

Non è una scelta politica, non si tratta di destra o sinistra, qui si tratta “solo” del futuro, di quello che vogliamo, di chi farà la scelta giusta.

marta.mainini@amb-ire.com

 

Per approfondimenti:

http://www.conservation.org/discover/science/conferences/Pages/un_cop_14_poznan.aspx

http://www.lanuovaecologia.it/

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/ambiente/grubrica.asp?ID_blog=51&ID_articolo=866&ID_sezione=76&sezione=Ambiente