Amb-ire

Promuovere l’ambiente attraverso l’educazione, l’informazione, la comunicazione

Il Piano casa, a cura di Ilaria Villa maggio 7, 2009

La Politica intesa come attività che produce le migliori scelte per una determinata società e per le risorse di cui essa dispone ha sempre seguito disegni collettivi più o meno precisi. Qualsiasi tipo di attività politica (economica, sociale, ambientale) si presume, infatti, abbia quale obiettivo il miglioramento delle condizioni correnti, siano esse economiche, sociali o ambientali, attraverso l’analisi delle condizioni attuali e delle previsioni/aspettative future. In questa prospettiva qualsiasi tipo di pianificazione (economica, sociale, ambientale ecc…) costituisce un’attività basilare per l’azione politica. Alla base di ogni buona pianificazione, che possa definirsi tale, ci sono regole. Bastano poche regole purché siano certe, chiare e uguali per tutti. In quasi tutti i Paesi d’Europa, per gli ambiti d’azione strategica, vi sono sistemi di regole certi, chiari e uguali per tutti.

Sì, questo accade in quelle società guidate da Politici che hanno a cuore il benessere collettivo e non considerano il loro Paese come un immensa azienda il cui unico senso è il profitto. Ma in quale delle due categorie si collocherà mai l’Italia?

Pensate alle ultime proposte di legge e decreti. Lupi, Bondi, Orsi, e al Piano Casa. Avete pensato bene? Ora datevi una risposta.

Se siamo in questa situazione è colpa di tutti. In Italia ci sono due maggioranze e una minoranza. Quelli che hanno votato questo governo, anzi, questa classe politica, e quelli che a forza di fare sterili critiche si sono creati la loro prigione di superiorità. La minoranza sono invece quelle associazioni e quelle organizzazioni, di privati cittadini, che ogni giorno agiscono nel loro piccolo per cercare di alzare il livello culturale, per arrivare là dove la politica s’è dimenticata di guardare. Parlo ovviamente della politica nazionale, perché poi, a livello locale si assiste a qualche piccolo ma significativo virtuosismo; mi riferisco a Domenico Finiguerra e al suo PGT a crescita zero o al comune di Capannori e al suo giovane assessore all’ambiente Alessio Ciacci che hanno aderito alla “Strategia rifiuti zero”.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che sono tutti bravi a giudicare facendo discorsi generalisti. E avrebbe ragione. Proprio per ciò con questo articolo vi offrirò qualche dato su cui riflettere:

1.  in Italia non esistono statistiche ufficiali relative al consumo di suolo. Ad oggi gli unici dati derivano dal CRESME (Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l’Edilizia e il Territorio). I dati ottenibili riguardano però i volumi di edificato realizzati ed espressi in metri cubi o in vani. Unico conforto arriva da una recente iniziativa del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano (DiAP), dell’INU e di Legambiente che hanno dato avvio all’Osservatorio Nazionale del Consumo di Suolo (ONCS) il cui obiettivo è sanare questa gravissima lacuna.

2.  «Secondo i dati Eurostat, in Italia nell’ultimo decennio del 2000 le costruzioni hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ha di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ha di campagna, pressochè il doppio della superficie del Parco Nazionale dell’Abruzzo. D’altra parte l’Italia è anche il primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni, di cui il 20% non sono occupate, corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona. Ciononostante, il suolo agricolo è sempre ritenuto potenzialmente edificabile»[i] (Treu M. C., 2004).

3.  secondo il rapporto EEA (Agenzia Europea per l’Ambiente) del 2006 evidenzia che la nazione che più in assoluto ha consumato territorio è la Germania, seguita Francia, Spagna e Italia (Fig.1)

Fig.1: Consumo di suolo; percentuale relativa ai ventitre Paesi europei considerati. Fonte: http://www.eea. europa.eu

Va, tuttavia, precisato che i dati riguardanti l’Italia sono sottodimensionati in quanto la risoluzione spaziale delle basi dati Corine Land Cover 1990 e 2000 è basata su un’unità minima di 25 ettari. Ne consegue che tutte le urbanizzazioni di pochi ettari non sono state considerate. (Pileri P., 2007).

Altro aspetto fondamentale nel considerare il caso italiano a confronto con gli altri paesi europei, è il fatto che le trasformazioni avvenute vanno attribuite per il 60%, a realizzazioni residenziali, per il 30% a quelle industriali e commerciali; solo l’1% di tutto il consumo di suolo è stato destinato a infrastrutture e reti di trasporto. Questo dato risulta ancor più allarmante se si considera che il fabbisogno abitativo è più che soddisfatto ed il 20% delle abitazioni non sono occupate. (Fig.2).

presentazione13

Fig.2: Elaborazione grafica dell’autore sulla base dei dati disponibile su www.eea.europa.eu.

Fonte: www.eea.europa.eu

A fronte di questi dati vediamo cosa propone il “Piano Casa” proposto lo scorso 23 marzo. Nella pratica questo decreto, come ben sappiamo, non nasce dalla necessità di dare casa a chi non ce l’ha o di offrire condizioni abitative dignitose a chi non può permetterselo bensì per dare una mano alla situazione economica italiana. Un sostegno al settore edile per risollevare l’Italia dalla crisi economica. Che geniale intuizione!

Ma veniamo ai contenuti del Decreto. Esso si basa su due elementi costitutivi:

1. la semplificazione delle procedure edilizie;

2. e la deroga per l’aumento delle cubature.

Inizialmente per dare attuazione a questi due “obiettivi” il “Piano Casa” prevedeva:

1.  l’eliminazione della “licenza edilizia” sostituita da un semplice “parere di conformità” effettuato da un tecnico con una perizia giurata; in sostanza chiunque, in qualsiasi momento, poteva grazie all’approvazione del geometra di fiducia aprire un cantiere nel giardino di casa senza per questo essere penalmente perseguibile.

2.  l’aumento del 20%, 30% e del 35% sia per edifici residenziali che commerciali anche in deroga ai piani vigenti.

La proposta di decreto prima d’essere approvata è passata al vaglio delle Regioni. Il 31

marzo, dopo lunghe trattative, si è giunti ad un accordo tra Stato e Regioni. Il Decreto Legge ne esce leggermente ridimensionato.

L’intesa raggiunta prevede:

  1. aumenti volumetrici del 20% per le abitazioni e del 35% nei casi di demolizione e ricostruzione, purché compiuti con tecniche di bio-edilizia; le volumetrie si riferiscono solo all’edilizia residenziale esterne ai centri storici ed alle aree protette che non verranno toccate dal piano casa, nel pieno rispetto dei programmi urbanistici.
  2. Ampliamenti fino al 20% e non oltre i 200 metri cubi
  3. La soglia si alza al 35% della volumetria esistente nel caso di interventi straordinari di demolizione e ricostruzione di edifici, a patto che vi sia un reale miglioramento della qualità architettonica esistente.
  4. Sburocratizzazione delle procedure. Il documento prevede che vengono introdotte forme semplificate e celeri per l’autorizzazione di questi interventi edilizi.
  5. Il testo prevede inoltre che il governo emani un decreto legge con l’obiettivo di semplificare alcune procedure di competenza esclusiva dello Stato per rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia. In particolare, le misure devono riguardare la previsione di un termine certo per il rilascio delle autorizzazioni e dei permessi, la ridisciplina di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, la semplificazione delle procedure di valutazione ambientale strategica (Vas), la fissazione dei principi fondamentali in materia di misure di perequazione e compensazione urbanistica.
  6. Infine, il governo si impegna ad aprire un tavolo di confronto con le Regioni e le autonomie locali per la definizione di un nuovo Piano casa per soddisfare il bisogno abitativo delle famiglie o particolari categorie che si trovano nella condizione di più alto disagio sociale.

Secondo questo accordo le Regioni hanno 90 giorni di tempo per emanare le norme per consentire l’attuazione del piano casa.

E del 27 aprile 2009 la notizia che nella prima settimana di maggio la Regione Lombardia presenterà la legge sul piano casa. Ad oggi si sa ancora poco sui contenuti del Decreto Legge e ancor meno delle leggi regionali che lo recepiranno. La speranza, forse vana, è che questa nuova legge non vada ad intaccare le, ormai, poche regole ancora vigenti in ambito urbanistico.


[i] Cfr.: Treu M. C., , Il sistema rurale: una sfida per la progettazione, intervento al Convegno Internazionale “Il sistema rurale. Una sfida per la progettazione tra salvaguardia, sostenibilità e governo delle trasformazioni”, Milano, 13 e 14 ottobre 2004, promosso con il Politecnico di Milano dalla Direzione Generale Agricoltura della Regione Lombardia.

 

Un passo nel verso sbagliato. marzo 8, 2009

In questi giorni il Governo ha annunciato di voler varare una legge per “liberalizzare” l’edilizia. Il disegno ipotizzato prevede da un lato la libertà di accrescere del 20% il volume (se a uso residenziale) o la superficie (se a uso diverso) degli immobili esistenti, anche realizzando un manufatto aggiuntivo. Dall’altro ammette abbattimenti e ricostruzioni, anche su area diversa e con proporzioni più ampie del 30% (o 35% adoperando la bioedilizia o puntando sulle energie rinnovabili), degli edifici anteriori al 1989 che necessitino di un adeguamento agli standard tecnologici, architettonici o energetici. Oltre a questo il Governo vorrebbe sostituire il permesso di costruire, rilasciato dal Comune, con una semplice perizia giurata del progettista. Eliminando la possibilità di controllo preventivo da parte degli uffici tecnici preposti. Dulcis in fundo, per gli abusi edilizi le sanzioni non saranno più di tipo penale, ma solo amministrative.

Scelte discutibili, insomma, che  vengono annunciate come “un volano enorme per l’edilizia e le attività connesse, rimandando nemmeno troppo implicitamente al poderoso boom edilizio del dopoguerra (un’altra sventura urbanistica di questo paese).

Ci siamo chiesti come rispondere. Cosa può dire un’associazione che ha quale primo obiettivo la tutela dell’ambiente e del territorio?

Può dire che il “Piano per l’edilizia” proposto dal Governo è una scelta quantomeno inopportuna, se è vero che, in Italia, secondo dati dell’Eurostat, si consumano annualmente 100.000 ha di campagna (pressoché il doppio della superficie del Parco Nazionale d’Abruzzo), e questo nonostante  il saldo demografico negativo e il primato europeo per disponibilità di abitazioni: ci sono circa 26 milioni di abitazioni, di cui il 20% non sono occupate, corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona (Treu M. C., Il sistema rurale: una sfida per la progettazione, 2004).

Insomma, l’ennesimo passo nel verso sbagliato, contro l’ambiente, contro la nostra qualità di vita.